lunedì 20 febbraio 2017

LA DOMANDA DELLA BELLEZZA

Antonella Capetti, Che bello!,
illustrato da Melissa Castrillon,
Topipittori, Milano, 
2017
(32 pp., € 20,00)



Ci sono libri che sono più attesi di altri, libri pronti per essere accolti prima di averli tra le mani; libri che vibrano di promesse e possibili delusioni, non si danno del resto le une senza il rischio delle altre, da quando si inizia a sentire l'eco lontana della loro pubblicazione.

Che bello!, da qualche giorno in libreria, è senza dubbio uno di questi.
E per ciò che posso anticiparvi, quelle che mantiene sono solo le promesse e qui vi racconterò perché.


Che Bello! è un libro di debutto o, meglio, mi piace considerarlo così. 
Antonella Capetti*, che molti del settore della letteratura per l'infanzia e di quello della scuola già conoscono da alcuni anni, grazie a un'idea e una pratica di insegnamento - tanto interessanti quanto fruttuose e mi auguro contagiose - che conduce attraverso l'uso degli albi illustrati con i suoi alunni di scuola elementare e che condivide sulle pagine del blog Apedario, ha già pubblicato lo scorso anno un titolo ma penso che sia in questo libro in cui ha trovato casa la particolarità del suo sguardo, quello che ogni giorno posa sui bambini.

Di Melissa Castrillon*, giovane e talentuosa illustratrice inglese con una bella esperienza di qualità alle spalle, è uscito il primo albo illustrato lo scorso 7 febbraio, If I had a little dream (scritto da Nina Laden per Simon & Schuster), e dopo 9 giorni subito il secondo, questo per Topipittori.



La sinossi della trama del libro la affido alla penna perfetta degli editori:


Anche nella vita di un piccolo bruco possono verificarsi fatti straordinari. È ciò che accade al protagonista di questo albo che, una mattina, mentre è occupato nelle solite faccende, incontra un essere mai visto prima che ha per lui due parole misteriose e seducenti. Da quel momento il bruco non fa che pensarci, chiedendo spiegazioni agli animali che incontra. Tuttavia, di domanda in risposta, anziché sbrogliarsi, le cose si fanno più oscure. Fino a che il povero bruco pensa di aver perso la pace per sempre. Ma proprio quando sta per gettare la spugna, qualcosa appare nel cielo notturno…


A una prima lettura, come avrete notato, è un plot classico che avrete incontrato in altri albi illustrati per l'infanzia. Quello che invece accade qui, come nei migliori di essi, è la particolarità dello sviluppo narrativo che giocando a doppia trama con questa classicità diverge prestissimo portandovi laddove all'inizio non avreste pensato.

Lo stesso «C'era una volta...» scelto in apertura del racconto, non vi condurrà in un mondo di fiaba, ma evoca quelle narrazioni orali che così cominciano, per dirvi che è un libro perfetto per essere letto ad alta voce; che è una storia che i bambini possono godersi da soli, qualità di cui non sono mai abbastanza grata agli editori, ma che se condivisa nella vicinanza con un adulto amplifica le aperture che si nascondono tra le sue pagine. E lo fa, garantisce di farlo, per i piccoli e per i grandi nella stessa misura.


Antonella Capetti, Che bello!,
illustrato da Melissa Castrillon,
Topipittori, Milano, 2017

(clicca sull'immagine per ingrandirla)


Dunque, c'è questo bruco che sta perfettamente bene dentro il mondo che lo ospita e nel tran tran della vita che conduce, fino a quando, ecco l'evento straordinario, un giorno in cui si trova a passeggiare su un frammento di uno spoglio ramoscello sente di essere all'improvviso sollevato da una strana creatura, una bestia sconosciuta che non odora di bosco, che guardandolo gli dice: «Come sei bello!»

Io penso che la bellezza dei bambini, la bellezza bambina, sia quella “delle cose imperfette, temporanee e incompiute. La bellezza delle cose umili e modeste. La bellezza delle cose insolite”.


Antonella Capetti, Che bello!,
illustrato da Melissa Castrillon,
Topipittori, Milano, 2017

(clicca sull'immagine per ingrandirla)


Se ricordate la sinossi riportata poco sopra, dopo quanto accaduto il bruco non sarà più lo stesso, la sua testa non sarà più spensierata, vuota e leggera come al solito, ma un solo pensiero prenderà il posto di ogni altro perché nessuna creatura, prima di quel giorno, gli si era mai rivolta usando quelle parole. 
Decide quindi di chiedere aiuto ai suoi amici animali.

E qui, il plot classico procederebbe in questo modo: di animale in animale, di amico in amico, fino all'ultima pagina, il bruco andrebbe chiedendo: «Sono bello?»
Al suo posto, la domanda che qui farà la differenza è «Cosa vuol dire bello?», che asseconda sì uno svolgimento conosciuto ma nel percorrerlo dà vita a un canone narrativo imprevisto.


Antonella Capetti, Che bello!,
illustrato da Melissa Castrillon,
Topipittori, Milano, 2017

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Essere visti è come sentir finalmente tracciato il perimetro della propria figura, venire distinti dallo sfondo: è il riconoscimento dell'unicità che cambia l'orizzonte di senso dell'esistenza. E per quanto possiamo pensare che la differenza risieda in chi ha saputo vederci, io credo che sia invece il momento in cui siamo consapevoli di quello sguardo a cambiare le cose.

E il "momento primo" del bruco della nostra storia, così come quello di un bambino e di una bambina, mi ha fatto pensare a un altro principio, quello in cui fu la meraviglia, così cara ad Aristotele e Platone, dove l'esperienza estetica («Come sei bello!») genera l'interrogazione conseguente (qui «Che cosa vuol dire bello?»): la domanda che racchiude in sé tutto il mistero della dimensione sensibile (corpo, sensi, sensazioni, emozioni) della conoscenza e dell'identità.

Chi ha scelto le parole di questo libro conosce bene i bambini e sa che quando si tratta di domande non è impossibile imboccare scorciatoie. Sa che ogni volta che si accende la scintilla della conoscenza si deve seguire la luce che emana e che porta dritti al centro del mondo sconosciuto. 


"La luce, la non-cosa anteriore a tutte le cose che grazie a essa esistono; la luce è il nostro ambito, l’ambito delle vita umana. Vivere umanamente è vedere ed essere visto, è muoversi nella visibilità." (Maria Zambrano)

Ma del resto educare a vivere non è educare all’avventura della ricerca di quella luce?
Come potrebbe trasformarsi il bruco in farfalla senza un'esperienza estetica totalizzante?
Come potrebbe altrimenti un bambino diventare se stesso?


Se non fosse così, a che cosa servirebbero libri come questo?



Antonella Capetti, Che bello!,
illustrato da Melissa Castrillon,
Topipittori, Milano, 2017
(clicca sull'immagine per ingrandirla)



«Quando una nuova coscienza incomincia a emergere, bisogna imparare a dominare l’incertezza», sostiene il sociologo Edgar Morin e procede «la conoscenza è un’avventura incerta che comporta in se stessa e permanentemente il rischio di illusione e di errore». (Edgar Morin, I sette saperi necessari all'educazione del futuro, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2001, p. 87)

L'avventura della vita, l'avventura della conoscenza, richiede dunque coraggio e intelligenza emotiva per procedere, come dimostra il piccolo bruco che di tutto quell'interrogare senza aver ancora ottenuto risposta comincia a sentire il peso e la misura della nostalgia della pace della sua vita di prima.
Ma è consapevole, il nostro lepidottero, che per tornare allo stato di quiete potrà solo continuare a chiedere finché non avrà trovato risposta alla sua domanda.


“L'intelligenza emotiva è la capacità di motivare se stessi e di persistere nel perseguire un obiettivo nonostante le frustrazioni; di controllare gli impulsi e rimandare la gratificazione; di modulare i propri stati d’animo evitando che la sofferenza ci impedisca di pensare, e, ancora la capacità di essere empatici e di sperare.” (Daniel Goleman, Intelligenza emotiva, Rizzoli, 1996, p.65)


Antonella Capetti, Che bello!,
illustrato da Melissa Castrillon,
Topipittori, Milano, 2017

(clicca sull'immagine per ingrandire)



«CHE COSA VUOL DIRE BELLO?»

In molti anni di esperienza, ma provate a farlo anche voi, non ho trovato due persone che dessero lo stesso significato al termine bello, tanto meno che condividessero il concetto di bellezza. Se è vero che quasi tutti possiamo affermare di capire la sensazione, e forse provare la sensazione, provocata dall’incontro con la bellezza, troviamo grandi difficoltà nel definirla, esprimerla o spiegarla con chiarezza ad altri; a far sì che il concetto di bellezza soggettiva e il concetto di bellezza oggettiva possano trovare un accordo o, almeno, mettersi in dialogo. Eppure non solo esistono entrambi, ma sono in grado di influenzarci allo stesso modo in ogni momento della nostra vita.

Che bello! fa proprio questo: inseguendo la polisemia del termine bello parte dal concetto di bellezza soggettiva e, attraverso l'etica del dialogo, approda alla scoperta condivisa del concetto di bellezza oggettiva.
E come lo fa? L'intelligenza emotiva chiede di mettersi in ascolto, solo così il desiderio di conoscenza può divenire ricerca del vero.

Mentre il bruco di Antonella chiede e ascolta, le tavole di Melissa Castrillon procedono a mostrare la strada di questa curiosa evoluzione. Nel tripudio dei colori delle sue serigrafie gli animali si interrogano, si confrontano e si sommano nell'attesa della risposta, per arrivare al finale del libro, nel punto esatto dove le visioni del mondo si incontrano. Dove finisce il bisogno di parole.

Anche il talento di Melissa Castrillon propone un nuovo immaginario di grande impatto che accoglie echi che arrivano da lontano. A me ha ricordato la naturale sofisticata bellezza dell’Arts & Crafts Movement. In particolare proprio dei suoi inizi, del primo arazzo (tapestry) di William Morris “Acanthus and Vine” (che lui amava chiamare "Cabbage and Vine", del 1879)", ma anche di "The Forest" (Philip Webb, William Morris, John Henry Dearle e collettivo, 1887) e di molti altri, non meno delle carte da parati (wallpapers). E partire omaggiando gli inizi, forse vuol dire anche condividerne in parte o in pieno gli ideali. Quelli di John Ruskin e William Morris, i capostipiti dell'Arts & Crafts, erano di elevare il piacere e il valore del lavoro artigianale in risposta alle preoccupazioni per gli effetti della produzione industriale e al conseguente scadimento del gusto (tanto delle persone comuni quanto degli artisti), di riproporre un ritorno a un modo più semplice di vita e un miglioramento della progettazione di oggetti domestici ordinari attraverso l'esaltazione della bellezza naturale dei materiali.


Noi adulti parliamo con molta disinvoltura di bellezza, convinti che le parole che Dostoevskij affidò al principe Miškin possano ancora sostenere le nostre speranze e darci fiducia in qualche modo.
Ma sappiamo ancora mostrarla ai bambini nella sua essenza profonda?

Riusciamo a lasciarli così liberi da poterla incontrare nel pieno della loro solitudine?

La bellezza da sola, da quel che sembra, il mondo non lo ha ancora salvato e non lo salverà finché chi lo abita non deciderà di prendersene la responsabilità, di farsene carico, di comprenderla, viverla, preservarla, renderla accessibile, trasmetterla. Senza questo, senza le parole per riconoscerla come nostra origine e prosecuzione, la bellezza da sola non ce la farà a combattere contro orde di esseri umani sempre più insensibili.

Libri come questo ci vengono in soccorso, perché in fondo le parole come bello sono e sempre saranno per ciascun bambino…


[...] LUCCIOLE
CHE BRILLANO
AL CHIARO DI LUNA
E ILLUMINANO LA NOTTE.
(da Io potrei essere tutto, curato da Antonella Capetti,
antologia poetica delle classi 3° della Scuola Primaria Carimate di Montesolaro)


PRESENTAZIONI

25 febbraio 2017 dalle ore 16.30 alle 18.30
SPAZIO LIBRI LA CORNICE (Via Alzate, 9 - Cantù)
Incontro presentazione del libro “CHE BELLO!” 
con Antonella Capetti e Paolo Canton
Incontro / presentazione / laboratorio / ingresso libero
dai 5 ai 99 anni
INFO
16 marzo 2017 ore 19.00
SPAZIO B**K (Via Luigi Porro Lambertenghi, 20 - Milano)
Presentazione dell'albo illustrato “CHE BELLO!” 
con Antonella Capetti e Topipittori
Ingresso libero
INFO
http://www.spaziobk.com/che-bello/

BOLOGNA CHILDREN’S BOOK FAIR
5 aprile 2017 ore 17.00
STAND DEI TOPIPITTORI (D/36 hall 29)
Firmacopie con Antonella Capetti e Melissa Castrillon

*LE AUTRICI

Antonella Capetti è nata a Grosio, in provincia di Sondrio, il 25 settembre 1967. Ha cominciato a leggere prima dei 5 anni e non ha più smesso. A 20 anni ha iniziato a insegnare nella scuola dell’infanzia, dov’è rimasta per 17 anni. Poi è passata alla scuola primaria, dove dal 2004 insegna italiano. La passione per la lettura, e soprattutto per gli albi illustrati, caratterizza da sempre il suo lavoro: dal 2013 le attività con i suoi alunni sono quotidianamente documentate sul blog Apedario, in cui racconta la sua scelta di insegnare a leggere e scrivere utilizzando gli albi. Ha pubblicato filastrocche e brevi storie. Ma il libro di cui fino ad ora è più orgogliosa, Io potrei essere tutto (2016), è autoprodotto e raccoglie 108 poesie scritte e scelte dai suoi 54 alunni. 

Melissa Castrillon vive a Cambridge dove lavora come illustratrice freelance. Nata nel 1986 da madre inglese e padre colombiano, è cresciuta in una cittadina vicino a Londra. Ha passato i primi anni della sua vita a disegnare e arrampicarsi sugli alberi, ora trascorre gran parte del suo tempo sognando di disegnare e arrampicarsi sugli alberi.
Nel 2009 Melissa ha conseguito la laurea triennale e, nel 2014, la laurea specialistica in illustrazione alla Cambridge School of Art. Attualmente si dedica all’illustrazione a tempo pieno, sia nei libri per bambini sia nell’illustrazione editoriale. L’amore per la serigrafia e i colori forti sono una costante nel suo lavoro. Ha collaborato con editori da entrambi le parti del globo, da Faber & Faber a Penguin Random House, Templar, Groundwood books, Simon & Schuster e Topipittori.


martedì 14 febbraio 2017

BABETTE COLE, LA SIGNORA DEI LIBRI IMPERTINENTI

È trascorso ormai un mese dalla morte di Babette Cole. Oggi, come scritto nella pagina ufficiale del suo sito, si celebreranno i funerali.

L'ultimo suo libro che è stato pubblicato in Italia è stato Se io fossi te (Il Castoro, 2009) e, forse, oggi è di difficile reperibilità.

Eppure, Babette Cole, venerata al di là della Manica, è considerata una dei maggiori protagonisti della storia dell'illustrazione per l'infanzia. I temi che ha trattato, con parole e figure, sempre con uno sguardo obliquo, sincero, irriverente, con lo spirito anarchico dell'infanzia, sono ancora oggi attualissimi, anzi - almeno nel nostro Paese - continuano a essere fonte di inesauribile polemica.

Il suo essere sempre stata leale nei confronti dei bambini, ce l'ha fatta amare e, grazie ai suoi numerosi libri, ci farà sentire un po' di meno la sua mancanza.

Su Gavroche, oggi, la Tribute Candle di Davide Calì.





 [di Davide Calì]

Qualche settimana fa ci ha lasciato, all’età di 66 anni Babette Cole*, illustratrice e autrice per bambini inglese.

Il lavoro di Babette Cole ha sempre spiccato per originalità, con storie sguaiate, irriverenti e divertentissime. Credo che la nostra generazione di autori abbia con Babette Cole un debito di riconoscenza.
Babette Cole è stata una pioniera. Scriveva e illustrava libri in cui le principesse portavano i jeans e andavano in motocicletta (Princess Smartypants, dal 1987) molto tempo prima che la questione dei cliché sessisti diventasse di moda, scriveva storie su come nascono i bambini che ancora oggi molti editori troverebbero troppo osé.


Babette Cole, Princess Smartypants,
Puffin Books, 1987

Babette Cole, Princess Smartypants,
Puffin Books, 1987

Babette Cole, Princess Smartypants,
Puffin Books, 1987

Babette Cole, Princess Smartypants,
Puffin Books, 1987






Ricordo una tavola di Mommy Laid an Egg! (1995 - La mamma ha fatto l’uovo nell’edizione italiana di Emme Edizioni che tentava appunto di rispondere alla domanda: come nascono i bambini? Forse vengono spremuti da un tubetto, come il dentifricio?
Puro genio.


Babette Cole, Mummy Laid an Egg!,
Puffin Random House, 1995


E poi c’erano i libri sui parenti (la serie The Trouble with…, dal 1983) mamme e papà, fratelli, sorelle, zii e nonni, nessuno è stato risparmiato. 


Babette Cole, The Trouble with Mum,
Egmont Publisher, 1991

Babette Cole, The Trouble with Mum
Egmont Publisher, 1991

Babette Cole, The Trouble with Mum
Egmont Publisher, 1991

Babette Cole, The Trouble with Dad
Egmont Publisher, 1988


Babette Cole, The Trouble with Dad
Egmont Publisher, 1988

Babette Cole, The Trouble with Dad
Egmont Publisher, 1988


Babette Cole, The Trouble with Dad
Egmont Publisher, 1988

Babette Cole, The Trouble with Dad
Egmont Publisher, 1988

Babette Cole, The Trouble with Dad
Egmont Publisher, 1988


The Un-Wedding (1998 - E vissero divisi e contenti, Emme Edizioni) era invece un bellissimo libro sul divorzio.
Ci sono due genitori che non si sopportano da anni, che non vanno d’accordo in nulla, uno vuole fare le vacanze da una parte, uno da un’altra. E si fanno dispetti orrendi. Così i figli, stanchi di vederli litigare gli organizzano un non-matrimonio, una cerimonia per separarsi, e poi partire in viaggio di nozze ognuno dove gli pare.


Babette Cole, The Un-Wedding,
Knopf Books, 1998

Babette Cole, E vissero divisi e contenti,
Emme Edizioni, 1998

E ancora The Bad Good Manners Book (1996), un manuale di buone maniere al contrario, oppure The Smelly Book (2001 - Il libro delle puzze, ancora Mondadori) un compendio in rime infantili, di ogni cosa che rigurgita odori e puzzette. Se penso ai libri su cacca e puzze che hanno infestato gli scaffali delle librerie un decennio fa, ma che ancora oggi fanno capolino di tanto in tanto, se penso a tutti i libri imbarazzanti che oggi pensiamo di scrivere per mettere in mostra le nostre idee progressiste, credo che a Babette Cole un grazie lo dobbiamo tutti.
Per aver aperto la strada, e averci fatto vedere che si poteva fare.


Babette Cole, The Bad Good Manners Book,
Puffin Random House, 1997


Babette Cole, The Bad Good Manners Book
Puffin Random House, 1997

Babette Cole, The Bad Good Manners Book
Puffin Random House, 1997

Babette Cole, The Bad Good Manners Book
Puffin Random House, 1997

Babette Cole, The Bad Good Manners Book
Puffin Random House, 1997

Babette Cole, The Bad Good Manners Book
Puffin Random House, 1997

Babette Cole, The Bad Good Manners Book
Puffin Random House, 1997

Babette Cole, The Bad Good Manners Book
Puffin Random House, 1997




*Babette Cole (Jersey, 10 September 1950 – Devon, 14 January 2017), autrice di bestseller internazionali, ha scritto oltre oottanta libri. È considerata fra i tre primi autori mondiali per l’infanzia. Ha vinto tra l’altro la Kate Greenaway Medal, il più importante premio britannico per la letteratura infantile.





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sabato 28 gennaio 2017

ETTY HILLESUM: PERCHÉ NON TU?


A Christine van Nooten 
[Presso Glimmen, 7 settembre 1943]  
Christine, apro a caso la Bibbia e trovo questo: «Il Signore è il mio alto ricetto». Sono seduta sul mio zaino nel mezzo di un affollato vagone merci. Papà, la mamma e Mischa sono alcuni vagoni più avanti. La partenza è giunta piuttosto inaspettata, malgrado tutto. Un ordine improvviso mandato appositamente per noi dall'Aia. Abbiamo lasciato il campo cantando, papà e mamma molto forti e calmi, e così Mischa. Viaggeremo per tre giorni. Grazie per tutte le vostre buone cure. Alcuni amici rimasti a Westerbork scriveranno ancora a Amsterdam, forse avrai notizie? Anche della mia ultima lettera?Arrivederci da noi quattro. Etty


Matteo Corradini,
Siamo partiti cantando. Etty Hillesum, un treno, dieci canzoni,
illustrato da Vittoria Facchini,
rueBallu Edizioni, collana Jeunesse ottopiù, Palermo, 2017
(pp. 128, € 20.00)


Questa cartolina postale, che Etty Hillesum buttò fuori dal vagone merci n.12 del treno che il 7 settembre del 1943 condusse lei e la sua famiglia da Westerbork ad Auschwiz, fu trovata lungo la linea ferroviaria e spedita da Glimmen (nella provincia di Groningen) il 15 settembre 1943. Questa cartolina, nel suo passare di mano in mano, alla fine è stata raccolta da Matteo Corradini che l'ha tenuta con sé, giusto il tempo di scrivere un nuovo racconto della vita di Etty, per poi riconsegnarla nelle mani di futuri giovani lettori: un biglietto per un viaggio senza ritorno scandito dal ritmo di dieci canzoni, tra un Addio e una Preghiera. Come un poema lirico.

Da 1.ADDIO
[…] 
«Forse nel vagone cantavamo proprio per dimenticarci di essere piccoli e messi all’angolo da una prova più grande di noi. Non mi sono mai sentita così fragile come in quel momento, ma quella canzone mi sorreggeva. Come le poesie di Rilke mi hanno sorretta e accompagnata fino a oggi.
Adesso mi siedo in terra e smetto di guardare fuori, e provo a pensare a quale fosse quella canzone, così per passare il tempo, perché tutto scorra più in fretta senza che nemmeno me ne accorga. Faccio viaggiare i miei pensieri al posto del treno, vorrei mi portassero via loro su altri binari, sulle righe del pentagramma di una canzone punteggiata di note, mentre il treno corre tra i fiori selvatici delle rive.
Nei pensieri contano altre cose, il tuo corpo è sempre leggero, i guai sempre più grandi, l’amore è forte e rosso, e nessuno guarda chi sei, se vai in sinagoga, se si nata ebrea. Nessuno nei pensieri bada se ti chiami Esther Hillesum, figlia dell’olandese Louis Hillesum e della russa Rivka Bernstein, ebrei entrambi. L’unica cosa che importa è se quelli che ti conoscono, prima o poi per semplicità o per confidenza, ti hanno chiamata Etty.» (Matteo Corradini, op. cit., pp. 19-20)  
[…] 

Matteo Corradini, 
Siamo partiti cantando. Etty Hillesum, un treno, dieci canzoni,
illustrato da Vittoria Facchini,
rueBallu Edizioni, collana Jeunesse ottopiù, Palermo, 2017



La coppia Levi (Louis) Hillesum, che insegnava lingue classiche, e Rivka (Rebecca) Bernstein, di origine russa era arrivata ad Amsterdam dopo il pogrom del 1907, si sposò nel 1912. Il 15 gennaio 1914 nacque a Middelburg Etty (Esther), la prima di tre fratelli: Jaap (Jacob, nato nel 1916 a Hilversum) e Mischa (Michael, nato nel 1920 a Winschoten). Con la sua famiglia seguì gli spostamenti lavorativi del padre e abitò a Tiel (1916-1918), a Winschoten (1918-1924) e dal luglio del 1924 a Deventer, dove passò l'adolescenza. Etty si laureò in giurisprudenza all'Università di Amsterdam, l'ultima città dove abitò, al numero 6 della Gabriel Metsustraat. Si iscrisse anche alla facoltà di Lingue Slave, ma a causa della guerra dovette interrompere i suoi studi. Concluse invece il percorso di Lingua e Letteratura russa, e negli anni successivi impartì sia lezioni private che lezioni di russo presso l'Università popolare di Amsterdam. All'inizio della guerra si interessò della psicologia analitica junghiana, grazie al lavoro del fondatore della psicochirologia Julius Spier che conobbe il 3 febbraio 1941 come paziente, divenendo in seguito la sua segretaria e al quale fu legata da un’intensa relazione. Nel luglio del 1942, nel momento dell’inasprimento delle leggi razziali e l’inizio delle deportazioni degli ebrei olandesi, lavorando come dattilografa presso una sezione del Consiglio Ebraico era esentata dall'internamento nel campo di transito Westerbork (dove transitarono anche Edith Stein e Anne Frank), ma decise di condividere fino alla fine la sorte del suo popolo dedicandosi all'assistenza sociale. I genitori e i fratelli Mischa e Jaap furono internati tutti a Westerbork. Il 7 settembre 1943 tutta la famiglia, tranne Jaap, fu deportata nel campo di sterminio di Auschwitz. Mentre i genitori (il 10 settembre 1943), Etty (il 30 novembre 1943) e Mischa (il 31 marzo 1944) morirono ad Auschwitz, l'altro fratello, Jaap, perse invece la vita a Lubben, in Germania, dopo la liberazione, il 17 aprile 1945, durante il viaggio di ritorno nei Paesi Bassi.




Etty Hillesum




Ventinove anni di vita rischiano di essere fissati nei tratti di poche righe di biografia.

Eppure, Etty Hillesum ci ha lasciato un Diario e le sue Lettere che si rivelano ancora oggi una fonte inesauribile di studio e riflessione teologica e filosofica.



A differenza di Anne Frank, però, le memorie di Etty furono pubblicate per la prima volta rispettivamente solo nel 1981 e nel 1985, in forma parziale e nel 1986 in forma originale e critica. [l'editore Adelphi ha seguito ogni passo delle pubblicazioni, fino alle ultime: il Diario Edizione integrale 1941-1942 (2012) e le Lettere Edizione integrale 1941-1943 (2013)]
Sul ritardo con cui l'attenzione è stata posta su una figura di testimone della Shoah così preziosa e un'intellettuale così luminosa, messa spesso al fianco di Simone Weil e Edith Stein, si sono interrogati studiosi di ogni genere.
Il motivo, con diverse declinazioni, risiede proprio nella forza del suo pensiero, uno dei più originali, tangenziali e rivoluzionari, per questo ancora vividi e utili, del Novecento.

Che cosa si conosce, con che cosa ci si confronta, leggendo Etty Hillesum?


Per prima cosa, l'orrore dello sterminio nazista e il suo crescendo di disumana ordinaria ferocia che Etty racconta in presa diretta nel ritmo del trascorrere delle ore e dei giorni dal 1941 al 1943, come abbiamo visto. A questo proposito, come avverte Nadia Neri nel saggio a lei dedicato, leggendo e scrivendo di Etty «è facile cadere nella tentazione di sottolinearne soltanto la spiritualità o l’atteggiamento di fronte alle persecuzioni naziste; in questo modo il lettore viene indirettamente facilitato a non porsi troppe domande e a sentire una distanza incolmabile tra sé e la Hillesum, un esempio troppo eroico e unico per mettersi in discussione. Ma questo è l’esatto contrario di ciò che Etty ha voluto con tutte le forze con la sua scrittura. Possiamo provare a tranquillizzare la nostre coscienza considerandola una santa, ma Etty è stata una giovane donna normale, una giovane donna ebrea che si è trovata a vivere all’età di ventisette anni l’orrore della Shoah.» (Nadia Neri, Un'estrema compassione, Bruno Mondadori, Milano, 1999, p.2)

Sarà per sfuggire dalla depressione, eredità materna di cui soffriranno sia lei che i due fratelli, che Etty si rivolgerà al psicochirologo Julius Spier, spesso riconosciuto con la sola S. nei suo scritti,  che come nessuno altro influenzò la vita della giovane Etty. Di ventotto anni più grande di lei, fu anche maestro, amico, amante. A lui si deve l'incontro di Etty con se stessa, come donna e come intellettuale o, meglio, l'imperativo di essere e realizzare se stessa e il suo precorrere i tempi sull'emancipazione femminile, il suo amare libero, anche Pa Han, il proprietario della casa dove viveva, un percorso affettivo sempre sottoposto a interrogativi e mai quieto, sempre senza sensi di colpa o di peccato. Etty cercava e viveva l'amore come spinta vitale, indistintamente nella sua declinazione emotiva, passionale e spirituale.
Anche in questo è stat una figura unica tra le testimonianze della Shoah.


Da 2.CANZONE DELL'ALBERO
 
[...]

Strofa
Sotto un albero ho dato il più bel bacio della mia vita. Ci eravamo seduti là sotto, io e Julius. Ci guardavamo da tanto tempo, da troppo, così lui si è voltato più forte verso di me e mi ha baciata. Un bacio a cui ho risposto subito e volentieri. Quel giorno era così bello che nessuna bella parola lo avrebbe reso migliore. Era così bello che non serviva arrampicarsi per sentirsi parte del cielo.
Tornata a casa, ho preso un quaderno e ho cominciato a scrivere il mio diario più importante. Me lo aveva suggerito Julius: sapeva che mi avrebbe fatto bene come una ciliegia rubata o un panorama visto dall’ultimo ramo. O come un bacio. (Matteo Corradini, op. cit., p. 30)

[...]   

Matteo Corradini, 
Siamo partiti cantando. Etty Hillesum, un treno, dieci canzoni,
illustrato da Vittoria Facchini,
rueBallu Edizioni, collana Jeunesse ottopiù, Palermo, 2017


Etty aveva fretta, non solo di vivere la vita, e quindi l'amore, aveva urgenza di conoscere e Spier fu colui che le permise di fare anche questo: l'incontro con la psicologia analitica junghiana, la lettura dei testi biblici, de Le Confessioni di Sant'Agostino, degli evangelisti, soprattutto Matteo, si devono a lui. E poi Tolstoj, Puskin, Cechov, Dostoevskij, Bakunin e insieme e su tutti, il poeta prediletto di Etty: Rainer Maria Rilke.

18 maggio 1942, di sera, dopo cena
"[...] Oggi ancora: Michelangelo e Leonardo. Anche loro sono ella mia vita, e la riempiono. Dostoevskij e Rilke e sant'Agostino. E gli Evangelisti. Frequento un'ottima società. "

Venerdì 26 giugno 1942
"Il mio più grande maestro in questo periodo, oltre S., è stato Rilke. Egli non è soltanto un sollievo durevole quando il mio lavoro è terminato, ma riempie i miei giorni ed è parte del mio essere. Un'intera generazione dovrà scoprirlo di nuovo. Ed è così vero ciò che dice Lou Andreas del suo amico: «Questo poeta ipersensibile aveva un lato vigoroso. la sensibilità non può mai volgersi in debolezza (come egli è talvolta accusato di aver fatto) quando la sua base è la forza. Ed egli è forte e coraggioso, quest'uomo sensibile»."

È interessantissimo leggere tra le pagine del Diario le intere trascrizioni, le note, i commenti di Etty, rendono conto, pagina dopo pagina, del farsi della sua formazione intellettuale e della sua ricerca morale.
Etty non aveva ricevuto un'educazione confessionale dai suoi genitori, ma laica. 
Eppure fu il suo essere ebrea a deciderne la vita, ma è evidente che non appartenne a un'unica chiesa. Lesse, tra gli altri, i testi sacri di ogni religione, il Corano, oltre alla Bibbia e al Talmud, il Tao te ching e i canoni buddisti, i mistici cristiani e questo, studiando i molti saggi a lei dedicati, sembra essere uno dei motivi per cui per molto tempo non è stato portato alla luce, pubblicato, il suo pensiero.
La sua è una testimonianza di fede unica e universale, come l'ha definita Klass Smelik: «Il suo esempio di vita va al di là della tolleranza, per esprimere un bisogno di vivere Dio ben oltre le pareti costrittive di una singola confessione, in uno spazio spirituale ideale da essere condiviso con molte persone».


Ma ciò che fa di Etty una forza originaria del mistero della vita è il suo costante e fermo bisogno di non odiare. Necessità che condivide con Julius Spier.



15 marzo, le nove e mezza di mattina

"[...] Ieri pomeriggio abbiamo scorso insieme le note che mi aveva dato. Quando siamo arrivati alla frase : basta che esista una sola persona degna di essere chiamata tale, per poter creder negli uomini, nell'umanità, m'è venuto spontaneo buttargli le braccia al collo. È un problema attuale: il grande odio per i tedeschi che ci avvelena l'animo. Espressioni come: «che anneghino tutti, canaglie, che muoiano col gas», fanno ormai parte della nostra conversazione quotidiana; a volte fanno sì che uno non se la senta più di vivere di questi tempi. Ed ecco che improvvisamente, qualche settimana fa, è spuntato il pensiero liberatorio, simile a un esitante e giovanissimo stelo in un deserto d'erbacce: se anche non rimanesse che un solo tedesco decente, quest'unico tedesco meriterebbe di essere difeso contro quella banda di barbari, e grazie a lui non si avrebbe il diritto di riversare il proprio odio su un popolo  intero".


Ed è questa necessità di non odiare, insieme a quella di aiutare Dio e cogliere la sua manifestazione nella bellezza che si  può scorgere in ogni circostanza, che più di ogni altra cosa può mettere in crisi chi si accosta al suo pensiero. Etty si chiedeva e ci chiede ancora oggi di estirpare il male che si cela - prima che in in ogni altro luogo o persona - dentro di noi. 



Di responsabilità dell'essere umano, parla Etty, dal cuore dei uno degli eventi più tragici della storia e non credendo in un Dio onnipotente manifesta l'urgenza di un nostro aiuto in suo soccorso, perché un giorno saremo giudicati per aver permesso che tutto quello che è accaduto e accade potesse succedere e ripetersi.


Lettera a Han Wegerif, 24 agosto 1943 da Westerbork
"Se penso alle facce della scorta armata in uniforme verde, mio Dio, quelle facce! Le ho osservate una per una dalla mia postazione nascosta dietro a una finestra, non mi sono mai spaventata tanto come per quelle facce. Mi sono trovata nei guai con la Parola che è il tema fondamentale della mia vita. «E Dio creò l'uomo a sua immagine». Questa Parola ha vissuto con me una mattina difficile".

20 giugno 1942, Sabato sera, mezzanotte e mezzo

"Una pace futura potrà esser veramente tale solo se prima sarà stata trovata da ognuno in sé stesso – se ogni uomo si sarà liberato dall'odio contro il prossimo, di qualunque razza o popolo, se avrà superato quest'odio e l'avrà trasformato in qualcosa di diverso, forse alla lunga in amore se non è chiedere troppo. È l'unica soluzione possibile. E così potrei continuare per pagine e pagine. Quel pezzetto d'eternità che ci portiamo dentro può esser espresso in una parola come in dieci volumi. Sono una persona felice e lodo questa vita, la lodo proprio, nell'anno del Signore 1942, l'ennesimo anno di guerra."

Julius Spier morì il 15 settembre del 1942, la vigilia del giorno in cui la Gestapo lo andò a cercare per deportarlo nel campo di Westerbork.


Da 3.CANZONE DEL RITRATTO 
[...] 
Variazione
Finivi le tue lettere, sempre, con un punto di domanda. Forse ti amavo anche per questo, S, perché al tuo amore non mettevi mai una fine, lasciavi aperta la speranza di rivedersi e parlarne ancora, che è la bellezza di ogni domanda: vediamoci, dai, parliamone ancora, dai, ho ancora voglia di ascoltarti.
Dai. (Matteo Corradini, op. cit., p. 38) 
[...]

Matteo Corradini, 
Siamo partiti cantando. Etty Hillesum, un treno, dieci canzoni,
illustrato da Vittoria Facchini,
rueBallu Edizioni, collana Jeunesse ottopiù, Palermo, 2017



Le virtù che vengono riconosciute a Etty Hillesum sono certamente tre dei numerosi motivi per cui è un privilegio fare la sua conoscenza e un impegno far sì che i bambini e i ragazzi abbiano la possibilità di iniziare, a loro modo, ad avvicinarsi a lei:

L'INDIGNAZIONE, la prima, è quel sentimento forte che deve guidarci a testimoniare con gesti e parole chiare contro tutte le ingiustizie, le persecuzioni, le manifestazioni di intolleranza, le guerre con tutti gli orrori che esse si portano dietro e così via.L'indignazione è per Etty il sentimento alternativo all'odio perché, a differenza di questo, non ha alcuna carica distruttiva e non ha in sé il seme che genera l'annientamento in una catena continua. Si deve provare indignazione e si deve in continuazione stare in guardia perché, a livello psicologico, l'odio è sempre in agguato. È più facile odiare, paradossalmente: così si delimita nettamente il campo e il nemico (un individuo o un gruppo esterno) è solamente fuori di noi. L'indignazione, in Etty, è la virtù di non volersi assuefare alle ingiustizie, del non diventare vittime dell'indifferenza e dell'impotenza, che potrebbero giustificare così il nostro disinteresse e la nostra passività. 

LA SEMPLICITÀ, a sua volta, non coincide con una sprovveduta ingenuità, a cui di frequente il termine rimanda, ma con un modo di vivere globale che sappia mettere l'essenziale al primo posto, tanto nelle capacità espressive quanto nelle azioni. La semplicità si accompagna così alla chiarezza e può contribuire a rendere la nostra testimonianza di vita limpida ed esemplare. La semplicità è perciò una virtù difficile da acquisire e soprattutto da praticare, «è una capacità dello spirito, una delle più grandi», nota Dietrich Bonhoeffer in una lettera a Elisabeth Bethge dell'11 agosto 1944 scritta dal carcere di Tegel (Berlino). Essa è perciò un difficile punto di arrivo e non di partenza. Per Etty la semplicità riguarda anche lo scrivere, la ricerca di uno stile essenziale e diretto; ci aiuta anche a scoprire il silenzi, tra una parola e l'altra, come dice emblematicamente in un passo. Silenzio e semplicità non solo vanno insieme, ma sono due dimensioni che possono arricchirsi reciprocamente. 

LA COMPASSIONE,  l'ultima, la virtù più alta e più nota, ma non per questo la più praticata, specialmente oggi: qui la nomino nel senso etimologico del termine , cum pati, "soffrire insieme"; in Etty questa virtù viene indicata con un'espressione emblematica: «il cuore pensante della baracca», lo scopo principale e più alto della sua vita. Questa espressione esplicita il senso della parola "compassione", nella quale riescono a unirsi sentimento e pensiero, entrambi indispensabili per assumere quell'atteggiamento che è il più intriso di religiosità e il più arduo da acquisire. La compassione è accettare di vivere su di sé il dolore del mondo, quel dolore che alcuni vogliono rimuovere, altri non riescono a sopportare, altri ancora non vogliono neppure vedere; non ha nulla a che fare con il masochismo, perché ha in sé uno scopo vitale, di alto valore psicologico e spirituale. È necessario che alcuni riescano a vivere interiormente la compassione, a essere «un cuore pensante», perché solo partendo da una consapevolezza del dolore che passa anche attraverso il cuore, si può sperare che le forze distruttive non prendano il sopravvento nel mondo. (Nadia Neri, op. cit., pp. 20-24)

Il curatore del Diario, Jan Geurt Gaarlandt, nella sua introduzione, scrive che «la vita di Etty sta tutta tra le parole che annotò giovedì 10 novembre 1941: «Paura di vivere su tutta la linea. Cedimento completo. Mancanza di fiducia in me stessa. Repulsione. Paura.», e le parole di venerdì 3 luglio 1942: «Bene, accetto questa nuova certezza: vogliono il nostro totale annientamento. Ora lo so. Non darò fastidio con le mie paure, non sarò amareggiata se gli altri non capiranno cos'è in gioco per noi ebrei. Una sicurezza non sarà corrosa o indebolita dall'altra. Continuo a lavorare e a vivere con la stessa convinzione e trovo la vita ugualmente ricca di significato.»


Da 9.CANZONE DELLA LUNA 
[...] 
Ritornello

Quando domani partiremo all’alba, ho sentito dire, potremo piangere solo tre volte a testa. Tre volte? Sì, solo tre volte. Tre volte e non di più. 

Strofa

Stiamo facendo i bagagli. È quasi notte e metto le poche cose che mi sono rimaste. Per cosa piangerò, domani, se ho solo tre possibilità? Una volta potrei piangere per la mia camicetta, che mi ricorda gli abbracci di S e la mia vita là fuori, l’aria che ti riempie il petto quando vai forte in bicicletta tra ponti e canali e molli il manubrio come per volare. Mi mancherà tutto quanto vivevo là fuori: le prime lacrime verranno da questa grande nostalgia. […] 

Strofa

Tre volte. Una per la nostalgia, l’ho già detto, la seconda per come sto. In tanti qui mi confidano le loro preoccupazioni. Sento dentro di me le angosce del campo, le paure delle persone di Westerbork che si staccano dai cuori altrui per entrare nel mio con una forza che non riesco a contenere abbastanza. Sto male. Mi sento piena dei miei dolori e di quelli degli altri. […] 

Strofa

Una per la nostalgia, una per come sto. E per cosa piangerò la terza volta? Piangerò forse pensando a dove ci portano. Piangerò perché le ore che passano mi spaventano per quanto sono vuote di tutto. Non riesco a riempirle neppure con quel briciolo di speranza che mi tiene in vita. So come andrà perché me lo hanno raccontato. Le rassicurazioni dei tedeschi non valgono nulla. Ci disperderanno nell’aria come polvere. La luna illuminerà quello che rimane di noi. (Matteo Corradini, op. cit., pp. 92-97) 
[...]


Matteo Corradini, 
Siamo partiti cantando. Etty Hillesum, un treno, dieci canzoni,
illustrato da Vittoria Facchini,
rueBallu Edizioni, collana Jeunesse ottopiù, Palermo, 2017

Lunedì mattina, 20 ottobre 1941


"Dentro di me c'è una melodia che a volte vorrebbe tanto essere tradotta in parole sue. Ma per mia repressione, mancanza di fiducia, pigrizia e non so che altro, rimane soffocata e nascosta. A volte mi svuota completamente. E poi mi colma di nuovo una musica dolce e malinconica". 
"A volte vorrei rifugiarmi con tutto quel che ho dentro un paio di parole. Ma non esistono ancora parole che mi vogliano ospitare. È proprio così. Io sto cercando un tetto che mi ripari ma dovrò costruirmi una casa, un rifugio per sé. E io mi cerco sempre un paio di parole". 
"A volte sembra che ogni parola che vien detta, e ogni gesto che vien fatto, accrescano il grande equivoco. Allora vorrei sprofondarmi in un gran silenzio e vorrei anche imporre questo silenzio agli altri. Sì a volte qualunque parola accresce i malintesi, su questa terra troppo loquace".

Io credo, e penso di non averlo scritto poche volte, che raccontare la vita delle persone, la vita degli altri, sia una delle cose più difficili che si possano affrontare in scrittura.
Raccontare queste vite esemlari, restituirne la complessità e l'unicità ai bambini, ne fanno un'impresa ancora più ardua. La casa editrice rueBallù, giunta ormai al quindicesimo titolo della collana illustrata "Jeunesse ottopiù", che la ha valso il premio Andersen 2016 per il miglior progetto editoriale, ha fatto di questa sfida un elemento caratteristico della propria identità. E, finora, ha dimostrato non solo di averla vinta, ma di saperla padroneggiare nel lungo periodo, come dicevo, sorprendendo ogni volta con progetti mai scontati che trovano lettori là dove altri altri non hanno saputo intravvederli.

La vita di Simone Weil raccontata da Guia Risari (qui, in Gavroche) o quella di Emily Dickinson da Beatrice Masini sono due degli esempi di ciò che intendo dire chi dimostrano l'estrema cura con cui ci si può rivolgere ai giovani lettori. 

Matteo Corradini ha fatto altrettanto ricomponendo un pezzo di quella melodia interrotta che la stessa Etty non riusciva ad ascoltare dentro di sé, restituendo ai lettori la potenza rivoluzionaria della sua autenticità. Introduzione, strofa, ritornello, variazione, silenzio... c'è qui ogni momento della vita di Etty, rivisto e ricantato insieme a chi sfoglierà le pagine del libro.
Una partitura condivisa con Vittoria Facchini che irrompe tra le parole con l'originalità delle sue tavole, come se l'intimità condivisa della canzone popolare fosse intercalata dall'improvvisazione della musica jazz. 
E forse così è stata anche la vita di Etty, in un certo modo.

Quello che ne è uscito è un libro per ragazzi, certo, ma anche per adulti, per chi non conosce la vita di Etty e per chi la conosce già ma non l'ha ancora vista da quella prospettiva. Un libro, che potrebbe essere usato, da mani sapienti, per un intero anno scolastico, tanto ha da dire e da mostrare.

Perché alla fine di tutte le pagine scritte da Etty, ciò che si sente forte e limpido è un unico richiamo, quello che avvicinandola facciamo così fatica ad ascoltare: che siamo noi, nel quotidiano delle nostre vite, guardando la luna, a continuare la sua opera. 
Come mi disse il mio professore di Filosofia morale, Pier Cesare Bori, quando rimasi incantata da questa giovane donna olandese: "va bene Etty, ma perché non tu?"-

Da 11. CANZONE DELLA CASA 
[...] 
Se sopra di te c'è un cielo, sei a casa. Rincasai con la coperta  sottobraccio e quelle parole nella testa, senza pensare che mi avrebbero sostenuto così tanto, qui a Westernbork. Nelle notti più buie ma limpide, ho sempre aperto la porta della baracca per mettere fuori la testa e guardare il cielo. Pregavo che ci fosse ancora, che non fosse crollato com'era invece crollata mezza Europa, e vedendo che stava ancora là, con tutte le stelle al proprio posto, rientravo con un senso di sollievo che mi aiutava a meditare e a prendere sonno. Richiudevo la porta come fosse la porta di casa mia, qualcosa che possiedo e che non mi ospita semplicemente perché è mia. È il mondo ed è la mia casa: che differenza fa? (Matteo Corradini, op. cit., pp. 113-114) 
[...]

Matteo Corradini, 
Siamo partiti cantando. Etty Hillesum, un treno, dieci canzoni,
illustrato da Vittoria Facchini,
rueBallu Edizioni, collana Jeunesse ottopiù, Palermo, 2017




NOTA SUGLI AUTORI

Nato nel 1975, Matteo Corradini è ebraista e scrittore. Pubblica con Rizzoli, Salani, Einaudi Scuola. Dottore in Lingue e Letterature Orientali con specializzazione in lingua ebraica, si occupa di didattica della Memoria e di progetti di espressione. Dal 2003 fa ricerca sul ghetto di Terezin, in Repubblica Ceca, recuperando storie, oggetti, strumenti musicali. È tra i curatori del festival scrittorincittà (Cuneo). Ha fondato la Pavel Zalud Orchestra. Prepara conferenze musicali e regie teatrali. Tra i suoi ultimi libri, la cura del Diario di Anne Frank (BUR Rizzoli, 2017), Annalilla (Rizzoli,2014), La repubblica delle farfalle (Rizzoli, 2015), Improvviso scherzo notturno (rueBallu, 2015).


Vittoria Facchini vive e lavora a Molfetta in uno studio invaso da luce, matite, carte, vasetti di colore e pennelli. Dopo gli studi d'arte, si sposta a Firenze per specializzarsi in Grafica Pubblicitaria ed Editoriale e poi a Venezia, dove l'incontro con Emanuele Luzzati segnerà più di tutti la sua scelta di illustrare. Ha pubblicato all’estero (Francia, Giappone, Portogallo e Corea) e con molti editori italiani (Fatatrac, Mondadori, Einaudi Ragazzi,Feltrinelli, Giannino Stoppani, Editoriale Scienza, Art'è, Editori Riuniti, Treccani). Nel 2002 il Ministero per la Cultura Francese l'ha scelta tra i 60 autori invitati a rappresentare l'Italia al Salone del Libro di Parigi.  Nel 2006 ha vinto il Premio Andersen come migliore illustratrice dell'anno. Tra i suoi ultimi libri, Mare matto, con testo di Alessandro Riccioni (Lapis, 2016), Quel mostro dell'amore (Fatatrac, 2015), Filoscuola, con testo di Sabrina Giarratana (Nuove Edizioni Romane, 2015).